Le evidenze scientifiche sugli effetti della musica sull’umore, sui circuiti cerebrali della ricompensa e sui sintomi depressivi
Autore: Dr. Antonio F. P. Allegretta
Istituto ALTHEA – Pistoia
Revisione narrativa a finalità divulgativa
Abstract
L’ascolto della musica rappresenta una delle esperienze umane più diffuse e, al tempo stesso, una delle più complesse dal punto di vista neuropsicologico. Negli ultimi decenni, numerose ricerche hanno indagato i suoi effetti sulla regolazione emotiva, sullo stress, sul sonno e sui sintomi depressivi. Alcuni studi clinici randomizzati hanno documentato miglioramenti significativi in persone sottoposte a programmi regolari di ascolto musicale, anche utilizzando specificamente musica classica. Le neuroscienze hanno inoltre identificato il coinvolgimento dei circuiti dopaminergici della ricompensa e di reti cerebrali implicate nell’elaborazione delle emozioni. Le evidenze disponibili suggeriscono che l’ascolto musicale, soprattutto quando è regolare, personalmente significativo e inserito in un contesto appropriato, possa costituire una risorsa complementare per il benessere psicologico. Rimangono tuttavia importanti interrogativi sull’efficacia specifica della musica classica rispetto ad altri generi musicali e sulla capacità del semplice ascolto di produrre benefici clinici duraturi nelle persone con disturbo depressivo maggiore.
Parole chiave: musica classica, depressione, ascolto musicale, dopamina, anedonia, regolazione emotiva, neuroscienze, musicoterapia.
1. La musica non è soltanto intrattenimento
Siamo abituati a considerare la musica come una forma di intrattenimento, una manifestazione artistica o un accompagnamento delle attività quotidiane. Eppure, quando ascoltiamo una composizione musicale, nel nostro cervello accade qualcosa di molto più articolato.
L’esperienza musicale coinvolge simultaneamente processi percettivi, cognitivi, affettivi e motivazionali. Il cervello riconosce sequenze sonore, individua regolarità, formula aspettative, anticipa sviluppi e reagisce emotivamente alle trasformazioni della composizione.
Una melodia può evocare ricordi, modificare il nostro livello di attivazione, suscitare piacere, commozione o tranquillità. In determinati momenti, l’esperienza può diventare particolarmente intensa, fino a provocare quei brividi musicali che accompagnano un forte coinvolgimento emotivo.
Proprio questa capacità di interagire con numerose funzioni cerebrali ha indotto i ricercatori a interrogarsi su una questione di grande interesse clinico: l’ascolto regolare della musica può contribuire a contrastare i sintomi depressivi?
La domanda riguarda un problema centrale della depressione. Questo disturbo, infatti, non consiste semplicemente nell’essere tristi. Può comprendere perdita di interesse, riduzione della motivazione, alterazioni del sonno, affaticamento, difficoltà cognitive e, soprattutto, una diminuzione della capacità di provare piacere, definita anedonia.
Se la musica è in grado di coinvolgere i sistemi cerebrali associati all’esperienza del piacere e alla regolazione delle emozioni, è ragionevole ipotizzare che possa offrire un contributo al recupero del benessere psicologico.
Ma che cosa dimostrano effettivamente gli studi?
2. Trenta minuti di musica classica al giorno: i risultati di uno studio clinico
Una ricerca particolarmente interessante è stata pubblicata da Burrai e colleghi nel 2020 sul Journal of Cardiac Failure.
Gli autori hanno condotto uno studio clinico randomizzato multicentrico su 159 pazienti con insufficienza cardiaca. I partecipanti sono stati suddivisi in due gruppi: il primo riceveva le cure abituali, mentre il secondo affiancava alle cure un programma quotidiano di ascolto di musica classica registrata.
Il protocollo prevedeva almeno 30 minuti di ascolto al giorno, per tre mesi consecutivi.
I ricercatori hanno valutato diversi aspetti del benessere psicofisico, tra cui qualità della vita, qualità del sonno, ansia, depressione e prestazioni cognitive.
I risultati sono stati incoraggianti. Rispetto al gruppo di controllo, i partecipanti che ascoltavano musica classica hanno mostrato miglioramenti statisticamente significativi dei sintomi depressivi e ansiosi (p < 0,001), della qualità del sonno (p = 0,007) e di diversi indicatori della qualità della vita.
Lo studio è importante per due ragioni.
In primo luogo, l’intervento era relativamente semplice, accessibile e facilmente realizzabile a domicilio: non richiedeva particolari attrezzature né competenze musicali.
In secondo luogo, non si trattava di valutare soltanto il benessere immediato prodotto dall’ascolto, ma gli effetti di una pratica ripetuta nel corso di diverse settimane.
Occorre tuttavia precisare un limite metodologico: i partecipanti erano pazienti cardiologici e non persone reclutate specificamente per una diagnosi di depressione maggiore. Non sarebbe pertanto corretto estendere automaticamente questi risultati a tutti i pazienti depressi.
Lo studio dimostra però che un programma strutturato di ascolto quotidiano può associarsi a miglioramenti misurabili anche della sintomatologia depressiva (Burrai et al., 2020).
3. Un’altra conferma: la musica classica nei pazienti sottoposti a emodialisi
Nel 2024, Serrano Soliva e colleghi hanno pubblicato su PLOS ONE uno studio randomizzato che ha coinvolto 90 pazienti sottoposti a emodialisi.
Una parte dei partecipanti ha ascoltato musica classica eseguita dal vivo durante le sedute, mentre il gruppo di controllo ha ricevuto il trattamento abituale.
Dopo quattro settimane, i ricercatori hanno osservato nel gruppo sperimentale una riduzione media di 5,88 punti nella scala utilizzata per valutare la depressione e di 5,35 punti nella scala dell’ansia, con risultati statisticamente significativi.
Questo studio è interessante anche perché mostra che l’ascolto musicale può essere inserito in un contesto sanitario senza richiedere necessariamente una partecipazione attiva del paziente.
Non si trattava, tuttavia, di ascolto quotidiano: la musica accompagnava le sedute di dialisi. Anche in questo caso, inoltre, i risultati riguardavano una popolazione clinica specifica.
Le due ricerche non sono quindi sufficienti per affermare che trenta minuti di musica classica al giorno costituiscano una terapia efficace per la depressione maggiore. Offrono però indicazioni favorevoli e giustificano ulteriori studi su programmi regolari di ascolto musicale (Serrano Soliva et al., 2024).
4. Che cosa emerge dalle revisioni sistematiche?
Per comprendere meglio il significato di questi risultati è necessario considerare non soltanto i singoli esperimenti, ma anche gli studi che analizzano complessivamente la letteratura scientifica.
Già nel 2011, Chan, Wong e Thayala avevano pubblicato una revisione sistematica dedicata specificamente agli effetti dell’ascolto musicale sui sintomi depressivi negli adulti.
La revisione comprendeva 17 studi sperimentali e quasi-sperimentali.
Gli autori concludevano che l’ascolto ripetuto della musica poteva contribuire alla riduzione dei sintomi depressivi. Un elemento particolarmente interessante riguardava la durata dell’intervento: i programmi protratti per più di tre settimane apparivano preferibili rispetto a interventi isolati, suggerendo la possibilità di benefici progressivi.
Non emergeva, invece, una chiara superiorità dell’ascolto quotidiano rispetto a quello settimanale. Inoltre, la preferenza personale per il materiale musicale sembrava rappresentare un fattore importante (Chan et al., 2011).
Un altro contributo significativo proviene dalla revisione Cochrane di Aalbers e colleghi (2017), che ha analizzato nove studi con 421 partecipanti. I risultati indicavano che la musicoterapia, aggiunta ai trattamenti abituali, poteva produrre miglioramenti dei sintomi depressivi, dell’ansia e del funzionamento quotidiano.
In questo caso, però, gli interventi comprendevano forme strutturate di musicoterapia e non soltanto l’ascolto autonomo di registrazioni.
Più recentemente, una metanalisi pubblicata su BJPsych Open ha confermato un effetto complessivamente favorevole degli interventi musicali sui sintomi depressivi. Gli autori hanno tuttavia classificato la certezza delle prove come molto bassa, soprattutto a causa delle differenze tra gli studi e dei limiti metodologici (Lee et al., 2025).
Una revisione pubblicata nel 2026, che ha considerato 32 studi sull’ascolto musicale e su interventi musicali strutturati, ha individuato benefici generalmente piccoli o moderati per diversi indicatori del benessere emotivo. Gli interventi maggiormente strutturati sembravano produrre effetti leggermente superiori, pur permanendo la necessità di sperimentazioni più rigorose (Liu, 2026).
Il quadro che emerge è dunque promettente, ma richiede una distinzione fondamentale: l’esistenza di effetti benefici della musica sui sintomi depressivi non dimostra automaticamente che ogni modalità di ascolto abbia un’efficacia terapeutica equivalente.
5. Che cosa accade nel cervello quando ascoltiamo musica?
Uno degli aspetti più affascinanti di questo settore di ricerca riguarda i meccanismi neurobiologici attraverso i quali la musica può influenzare il nostro stato emotivo.
Nel 2011, Salimpoor e colleghi hanno pubblicato su Nature Neuroscience uno studio che ha contribuito in modo significativo alla comprensione del piacere musicale.
Utilizzando la tomografia a emissione di positroni (PET) e la risonanza magnetica funzionale, i ricercatori hanno osservato che esperienze musicali particolarmente piacevoli possono accompagnarsi al rilascio di dopamina nello striato.
La dopamina è un neurotrasmettitore implicato, tra le altre funzioni, nei processi di motivazione, apprendimento e ricompensa.
Il dato interessante è che l’attività dopaminergica non riguardava soltanto il momento culminante del piacere musicale.
Gli autori hanno infatti individuato una distinzione funzionale tra il nucleo caudato, maggiormente coinvolto durante l’anticipazione dell’esperienza piacevole, e il nucleus accumbens, maggiormente coinvolto durante la fase culminante del piacere.
In altre parole, il cervello non risponde soltanto al suono che sta ascoltando, ma anche all’aspettativa di ciò che musicalmente potrebbe accadere (Salimpoor et al., 2011).
Questo risultato assume un interesse particolare quando lo si considera alla luce dell’anedonia depressiva.
Una persona depressa può sperimentare una riduzione della capacità di ricavare piacere dalle attività abituali, ma anche una difficoltà ad anticipare e ricercare esperienze gratificanti.
La musica offre un’esperienza nella quale attesa, sorpresa, tensione e risoluzione si susseguono continuamente.
È quindi plausibile che un ascolto capace di suscitare interesse e piacere possa contribuire a coinvolgere processi motivazionali che nella depressione risultano talvolta compromessi.
Non bisogna, però, confondere questa ipotesi con una dimostrazione terapeutica. Lo studio di Salimpoor e colleghi non ha dimostrato che ascoltare musica corregga un deficit dopaminergico o curi la depressione: ha identificato un meccanismo neurobiologico attraverso cui un’esperienza musicale gratificante può influenzare il sistema della ricompensa.
6. Dalla corteccia uditiva ai circuiti della depressione: una ricerca del 2024
Un ulteriore progresso nella comprensione dei meccanismi cerebrali è arrivato nel 2024 con uno studio pubblicato su Cell Reports da Lv e colleghi.
La ricerca ha esaminato le risposte cerebrali alla stimolazione musicale in pazienti con depressione, utilizzando registrazioni elettrofisiologiche intracraniche associate a elettroencefalografia.
L’attenzione si è concentrata sulle interazioni tra la corteccia uditiva, il nucleo del letto della stria terminale (bed nucleus of the stria terminalis, BNST) e il nucleus accumbens.
Gli autori hanno identificato fenomeni di sincronizzazione dell’attività oscillatoria tra queste strutture, osservando che specifiche forme di sincronizzazione potevano accompagnarsi a risposte antidepressive.
In particolare, sono stati studiati il ruolo delle oscillazioni theta nelle regioni uditive e le successive interazioni con l’attività gamma dei circuiti profondi.
Si tratta di risultati preliminari, ottenuti in un contesto altamente specialistico, che non possono essere generalizzati all’ascolto musicale domestico.
La loro importanza è però considerevole dal punto di vista teorico: suggeriscono che gli effetti della musica sullo stato emotivo possano coinvolgere non soltanto reazioni psicologiche soggettive, ma anche modificazioni misurabili della coordinazione temporale tra circuiti cerebrali (Lv et al., 2024).
7. Perché proprio la musica classica?
È necessario chiarire un punto: la ricerca non dimostra che la musica classica sia, in assoluto, più efficace degli altri generi musicali nel contrastare la depressione.
Il cosiddetto effetto Mozart, spesso evocato in termini eccessivamente semplicistici, non costituisce una dimostrazione di un potere terapeutico esclusivo della musica di Mozart.
La musica classica presenta tuttavia caratteristiche che la rendono particolarmente interessante per l’ascolto attento.
Molte composizioni si sviluppano attraverso architetture temporali complesse, nelle quali temi musicali vengono introdotti, trasformati, ripresi e risolti. L’ascoltatore è continuamente impegnato, anche inconsapevolmente, a riconoscere strutture, formulare aspettative e seguire trasformazioni.
Questo può rendere l’ascolto un’esperienza psicologicamente coinvolgente, distinta dal semplice utilizzo della musica come sottofondo.
Non tutta la musica classica, inoltre, produce un effetto rilassante.
Un movimento lento di un concerto può favorire raccoglimento e tranquillità; un allegro sinfonico può suscitare energia, slancio e coinvolgimento; un brano malinconico può invece evocare tristezza, nostalgia o commozione.
Queste differenze sono importanti perché nella depressione possono coesistere esigenze differenti.
In alcuni momenti può essere utile ridurre l’agitazione e il sovraccarico emotivo. In altri, il problema principale può essere la mancanza di energia, di interesse e di motivazione.
L’obiettivo dell’ascolto non dovrebbe quindi essere necessariamente quello di rilassarsi, ma quello di favorire un’esperienza emotiva significativa e, possibilmente, benefica.
La preferenza individuale è un elemento essenziale. Una composizione raffinata, ma percepita come noiosa o sgradevole, difficilmente offrirà gli stessi benefici di una musica capace di suscitare interesse e partecipazione.
La ricerca suggerisce inoltre una certa prudenza con l’ascolto ripetuto di musica triste quando questo alimenta la ruminazione, cioè la tendenza a soffermarsi persistentemente su pensieri negativi. Gli effetti dipendono dal significato soggettivo attribuito alla musica e dal modo in cui essa viene utilizzata per regolare le emozioni (Garrido et al., 2016; Yoon et al., 2020).
8. L’importanza della continuità: dall’ascolto occasionale a una pratica quotidiana
Uno degli interrogativi più interessanti riguarda la possibilità che gli effetti benefici della musica si consolidino attraverso la ripetizione.
Ascoltare un brano piacevole può migliorare momentaneamente l’umore. Ma ascoltare musica regolarmente, per settimane, potrebbe offrire qualcosa di più?
Alcuni studi suggeriscono di sì, sebbene non consentano ancora di individuare una durata o una frequenza universalmente ottimale.
L’ascolto regolare potrebbe agire attraverso diversi processi complementari: la modulazione dello stato emotivo, la creazione di momenti gratificanti, la riduzione di alcune manifestazioni dello stress e l’introduzione di un’attività significativa nella routine quotidiana.
Quest’ultimo aspetto merita una considerazione particolare.
Nella depressione, la progressiva riduzione delle attività piacevoli può contribuire a mantenere il disturbo. La persona tende a ritirarsi dalle esperienze, a perdere occasioni di gratificazione e a sperimentare un impoverimento crescente della propria vita quotidiana.
Programmare un momento dedicato alla musica può rappresentare una piccola forma di riattivazione comportamentale: un’attività accessibile, definita nel tempo e potenzialmente piacevole.
Non occorre necessariamente essere esperti di musica.
L’ascolto può iniziare da composizioni familiari, gradite o semplicemente capaci di destare curiosità.
Può essere utile scegliere un momento tranquillo della giornata, limitare le distrazioni e dedicare alla musica un’attenzione sufficientemente continua da seguirne lo sviluppo.
A titolo orientativo, e non come protocollo terapeutico già validato, si potrebbe sperimentare un periodo di ascolto quotidiano di 20–30 minuti per sei-otto settimane.
Il criterio principale non dovrebbe essere la quantità di musica ascoltata, ma la qualità dell’esperienza soggettiva.
È possibile, per esempio, osservare se dopo l’ascolto ci si sente più sereni, più vitali, meno mentalmente affaticati o maggiormente disponibili ad affrontare le attività quotidiane.
Nei contesti clinici, eventuali cambiamenti dei sintomi depressivi dovrebbero essere valutati attraverso strumenti appropriati e nell’ambito di una valutazione professionale.
9. Ascolto musicale e musicoterapia: una distinzione necessaria
Sebbene l’ascolto autonomo possa avere effetti favorevoli, non deve essere confuso con la musicoterapia.
La musicoterapia clinica consiste in un intervento strutturato, condotto da professionisti qualificati, nel quale la musica viene impiegata all’interno di una relazione terapeutica e di un programma di trattamento.
Può comprendere ascolto, improvvisazione, esecuzione, canto e altre attività musicali.
La distinzione è importante perché una parte significativa delle evidenze sull’efficacia degli interventi musicali nella depressione deriva proprio da studi di musicoterapia clinica.
Per esempio, Erkkilä e colleghi (2011), in uno studio randomizzato su 79 adulti con diagnosi di depressione, hanno rilevato che la musicoterapia individuale aggiunta alle cure abituali produceva miglioramenti superiori rispetto alle sole cure abituali.
Non sarebbe corretto attribuire automaticamente questi risultati al semplice ascolto domestico di registrazioni musicali.
È invece ragionevole considerare l’ascolto regolare come una possibile risorsa complementare, inseribile in una più ampia attenzione alla salute psicologica.
In presenza di una depressione clinicamente significativa, la musica non dovrebbe sostituire la valutazione professionale, la psicoterapia o gli eventuali trattamenti farmacologici indicati.
10. Conclusioni: riscoprire il valore di un’esperienza musicale autentica
Le evidenze scientifiche disponibili indicano che la musica può rappresentare molto più di una piacevole distrazione.
Gli studi clinici hanno documentato, in determinate popolazioni, riduzioni dei sintomi depressivi attraverso programmi regolari di ascolto musicale. Le neuroscienze hanno mostrato il coinvolgimento dei circuiti della ricompensa e hanno iniziato a chiarire le interazioni tra le strutture cerebrali responsabili dell’elaborazione dei suoni e quelle coinvolte nella regolazione emotiva.
Non sappiamo ancora con precisione quali composizioni, quali durate e quali modalità di ascolto siano più efficaci per le diverse manifestazioni depressive.
Sappiamo, tuttavia, che la musica può suscitare piacere, interesse, partecipazione emotiva e, in alcuni contesti, miglioramenti misurabili del benessere psicologico.
La musica classica costituisce una delle possibilità più ricche per esplorare questi effetti, non perché possieda proprietà terapeutiche esclusive, ma perché offre un repertorio straordinariamente ampio di esperienze emotive, cognitive ed estetiche.
Vi è infine una considerazione che trascende il singolo risultato sperimentale.
In una quotidianità caratterizzata da stimoli rapidi, interruzioni continue e attenzione frammentata, dedicare mezz’ora all’ascolto di una composizione musicale significa anche recuperare uno spazio di esperienza personale.
Uno spazio nel quale non è necessario produrre, rispondere o raggiungere immediatamente un risultato.
Un tempo nel quale possiamo semplicemente ascoltare, seguire lo sviluppo di una forma musicale e permettere alle nostre emozioni di partecipare a ciò che accade.
La musica non è una cura miracolosa per la depressione. Ma può rappresentare uno dei modi attraverso i quali torniamo a coltivare la nostra capacità di provare interesse, piacere e coinvolgimento nella vita.
Ed è proprio questa possibilità, sostenuta da risultati scientifici promettenti ma ancora da approfondire, a renderne l’ascolto quotidiano un’abitudine degna di attenzione.
Riferimenti bibliografici
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Nota metodologica: il presente articolo costituisce una revisione narrativa e divulgativa di studi sperimentali, revisioni sistematiche e ricerche neuroscientifiche. Non rappresenta una revisione sistematica originale né una linea guida clinica. Le indicazioni pratiche proposte sono orientative e non costituiscono un trattamento validato per la depressione.
Le informazioni riportate hanno finalità educative e non sostituiscono una valutazione medica o psicologica individuale.