Agosto, il silenzio e l’arte di lasciare spazio a ciò che c’è.

In questi giorni d’agosto, quando le città si svuotano e persino le strade sembrano conoscere una forma diversa di silenzio, penso al valore del vuoto.
Forse non è un caso che proprio agosto sia, per molti, il tempo della vacanza. La parola viene dal latino vacare: essere vuoto, libero, sgombro; ma anche essere libero da occupazioni, avere tempo.
Siamo in vacanza quando, almeno per qualche giorno, l’agenda si svuota. Quando diminuiscono gli appuntamenti, gli obblighi, le cose da fare e il tempo torna, almeno un poco, nella nostra disponibilità.
La città vuota.
L’agenda vuota.
Il tempo liberato.
E se anche dentro di noi avessimo bisogno, ogni tanto, di fare esperienza di questo vuoto?
Non penso a un vuoto da riempire, né a un’assenza da temere. Piuttosto a uno spazio da abitare.
Credo che prendersi cura di questo spazio significhi, prima di tutto, scegliere di concedergli tempo. Fermarsi. Sottrarsi, almeno per un poco, al flusso continuo delle cose da fare, delle parole, delle immagini e delle sollecitazioni che chiedono incessantemente la nostra attenzione.
È qui che interviene la volontà: nella scelta di meditare, di creare le condizioni per il silenzio, di sedersi e restare.
Poi, però, qualcosa cambia.
Quando entro nella meditazione, non devo più fare pulizia. Non devo sgombrare la mente, né costringerla al silenzio. E soprattutto non devo combattere contro ciò che emerge.
I pensieri arriveranno. Arriveranno immagini, ricordi, emozioni, sensazioni del corpo. Forse inquietudine, insofferenza, desiderio di alzarsi e fare altro.
Siamo fatti così.
La mente produce pensieri come un prato produce erbe spontanee. E forse proprio per questo la metafora delle “erbacce” può ingannarci: ciò che nasce spontaneamente non è necessariamente qualcosa di sbagliato da estirpare.
Sono essenze spontanee del nostro paesaggio interiore.
Alcune sono piacevoli, altre pungono. Alcune passano quasi inosservate, altre tendono a occupare tutto il campo. Alcuni pensieri ritornano ostinatamente e ci trascinano lontano. Ma il loro comparire non è un errore della pratica. È semplicemente ciò che la mente fa.
Per questo, anche di fronte a un pensiero disturbante, la prima risposta non dovrebbe essere il rifiuto, ma la gentilezza.
Posso accorgermi che è arrivato. Lasciargli il tempo di esprimersi. Ascoltare ciò che porta con sé — magari una paura, un bisogno, una preoccupazione, una parte di me che chiede attenzione — senza giudicarlo e senza pretendere immediatamente di cambiarlo.
E poi, con la stessa gentilezza, lasciarlo andare.
Senza trattenerlo.
Senza cacciarlo.
Tornando al respiro, al corpo, a ciò che ho scelto come focus della mia contemplazione.
C’è qualcosa di profondamente compassionevole in questo modo di stare con se stessi: non pretendere che la propria mente sia diversa da quella che è per poter finalmente trovare pace.
Forse è proprio questo il paradosso: il vuoto interiore non si conquista riempiendolo di buoni pensieri e neppure svuotandolo a forza di quelli disturbanti.
Si incontra imparando a non aggrapparsi.
Per questo sento che persino la parola coltivare non mi basta. Un giardino lo coltiviamo intervenendo su di esso. Il vuoto interiore, invece, chiede soprattutto di essere abitato.
Abitare il vuoto significa esserci.
Con il corpo.
Con il respiro.
Con ciò che sento.
Con ciò che emerge e con ciò che, lentamente, se ne va.
E allora anche il rapporto con il Silenzio si rovescia.
Non sono io a custodire il Silenzio.
È il Silenzio che, se gli concedo spazio e tempo, custodisce me.
Non sono io a doverlo produrre. Il Silenzio è già lì, sotto il rumore incessante con cui la mente commenta, anticipa, ricorda, giudica, teme, desidera.
La pratica consiste forse proprio nel tornare abbastanza spesso in quello spazio da imparare a riconoscerlo.
E, restando, permettere che qualcosa accada senza averlo programmato: che il rumore perda un poco della sua forza, che ciò che non serve possa essere lasciato andare, che ciò che conta diventi più nitido.
Ed ecco che ritorna la vacanza.
Forse abbiamo bisogno di vacanze non soltanto dal lavoro, dagli impegni e dagli orari. Abbiamo bisogno, ogni tanto, di lasciare vacante uno spazio dentro di noi.
Non per riempirlo immediatamente con qualcos’altro.
Non per diventare più efficienti, più sereni o persino più “bravi” a meditare.
Semplicemente per tornare ad abitare il nostro tempo.
La città si svuota.
L’agenda si svuota.
Per qualche giorno possiamo scegliere che cosa fare delle nostre ore.
Forse possiamo concederci anche questo: non avere fretta di riempire tutto lo spazio che si è liberato.
Entrarci.
Restare.
Ascoltare ciò che spontaneamente vi cresce.
E poi lasciare andare.
Perché forse la vacanza più profonda non consiste nell’andare altrove, ma nel ritrovare, dentro di noi, uno spazio finalmente libero da abitare.
E lasciare che, per un poco, sia il Silenzio a fare il suo lavoro.